ANORESSIA E BULIMIA:

LA CLINICA LACANIANA

 

 

Milena Albani

 


 

Indice

1      “Due facce della stessa medaglia”. PAGEREF _Toc75892161 \h 6

1.1      Aspetti epidemiologici PAGEREF _Toc75892162 \h 6

1.2      Brevi cenni sull’evoluzione del concetto nel tempo. PAGEREF _Toc75892163 \h 9

1.3      “Il discorso anoressico-bulimico”. PAGEREF _Toc75892164 \h 13

2      “Il discorso capitalista”. PAGEREF _Toc75892165 \h 15

2.1      Influenza sociale  sulla “mancanza a essere”. PAGEREF _Toc75892166 \h 16

2.2      “I nuovi sintomi”. PAGEREF _Toc75892167 \h 19

2.3      L’influenza sociale sulla “legge del convivio”. PAGEREF _Toc75892168 \h 21

3      “Il desiderio debole”. PAGEREF _Toc75892169 \h 24

3.1      L’aporia dell’interpretazione di Lacan. PAGEREF _Toc75892170 \h 25

3.2      Separazione-contro-alienazione. PAGEREF _Toc75892171 \h 29

4      “Via estetica e via morale”. PAGEREF _Toc75892172 \h 32

4.1      La via estetica. PAGEREF _Toc75892173 \h 33

4.2      La via morale. PAGEREF _Toc75892174 \h 38

5      La struttura differenziale. PAGEREF _Toc75892175 \h 40

5.1      La nevrosi PAGEREF _Toc75892176 \h 41

5.2      La psicosi PAGEREF _Toc75892177 \h 43

Conclusioni PAGEREF _Toc75892178 \h 47

Bibliografia. PAGEREF _Toc75892179 \h 49



 

Sono stata in coma per anni, barricata dietro un sintomo che mi proteggeva da ogni dolore e sofferenza, trincerata dietro una barriera che mi divideva dal mondo e dalle persone. Non mi rendevo conto che non c’è dolore più grande di quello di non vivere e vedere il tempo che passa senza lasciare ricordi e ancora peggio senza averlo vissuto.

Ora sono sveglia, sono viva, ho scelto con coraggio questa mia strada e non posso neppure lontanamente esprimere quello che provo nell’essermi riappropriata di me stessa, quello che sento adesso che sono titolare di questi basilari diritti di cui ogni essere umano dovrebbe beneficiare fin dalla nascita.

Probabilmente se non avessi passato questo “calvario non li apprezzerei così tanto ed invece per me hanno il sapore di qualcosa strappato a fatica alla morte. E ti assicuro che lottare con la parte buia di me stessa è stata davvero una lotta impari

Mi sento libera da ogni retaggio familiare, posso scegliere di fare quello che mi piace, ho imparato a dire no, posso esprimere quello che provo senza timori. Non vivo più con la paura di essere rifiutata o di essere approvata solo se conforme alle aspettative altrui.

Mi guardo allo specchio e vedo riflessa me stessa e non più un fagotto informe ed insulso (a volte mi faccio grandi sorrisi, la persona di fronte a me ne ha passate delle belle!). Non sono più solo un’ombra, ma ogni giorno che passa assumo contorni sempre più definiti. Quando sto male “mi raccolgo” ed ascolto ciò che provo.

Mi sono conquistata il diritto/capacità di poter stare male e provare la sensazione di vuoto senza dovermi/doverlo riempire a tutti i costi.

Ho abbandonato l’Ideale della perfezione maniacale che mi inseguiva da sempre. Ho imparato che esistono le sfumature.

Posso finalmente assaporare i momenti di noia, ma soprattutto quando chiudo alla sera la porta di casa e sono sola, ho la migliore compagnia del mondo, me stessa. Questo è il regalo più grande, la più grande conquista.

 

                                                                                                          Silvia


 

INTRODUZIONE

 

I disturbi alimentari sono in continuo aumento nelle società occidentali, soprattutto negli ultimi 20 anni. Questo fenomeno è ormai ampiamente conosciuto, perché i segni della malattia si presentano agli occhi di tutti.

Spesso però lo sguardo è superficiale, tanto quello della società come quello della famiglia. È fin troppo facile fermarsi alle apparenze, alle stigmate che si possono vedere sul corpo dell’anoressica che esibisce le ossa sotto i vestiti e richiama un’immagine di morte. Oppure il comportamento della bulimica che mangia quantità di cibo enormi per poi eliminarle con il vomito. Il problema può essere visto come il fatto di non sapersi controllare, d’essere ingorda, come se la soluzione fosse lì a portata di mano: “basterebbe che si sapesse controllare sulla quantità”. Anche per l’anoressia la soluzione proposta può essere semplicistica: “se solo mangiasse un po’ di più…”.

Un approccio terapeutico che si limiti ad affrontare gli aspetti direttamente legati al cibo di questa patologia, difficilmente può ottenere una guarigione completa, portando magari ad un passaggio dall’anoressia alla bulimia.

Ciò che in questo scritto cerco di approfondire è un tipo di approccio che va oltre a ciò che si vede con uno sguardo superficiale.

Ho scelto di riferirmi soprattutto agli scritti di Massimo Recalcati, che si è occupato per lungo tempo dei disturbi alimentari, utilizzando nel suo approccio clinico prevalentemente gli insegnamenti di Lacan.

Seguendo la clinica psicoanalitica ho cercato di mettere in luce alcuni dei punti fondamentali di questo disturbo, che ha origini nell’infanzia e si rivela come una profonda sofferenza interiore che, per la sua profondità, oscura quella fisica.

Il sintomo anoressico-bulimico si situa quindi su molteplici versanti: un messaggio inviato all’Altro sociale, per trovare un’identità in nome del sintomo (sviluppato nel Capitolo 2); un uso interno alla famiglia e un versante pulsionale, di cui l’oggetto è il fondamento (sviluppati nei Capitoli 3 e seguenti).

 

1         “Due facce della stessa medaglia”

 

1.1      Aspetti epidemiologici

 

I disturbi alimentari sono largamente diagnosticati nei paesi occidentali, soprattutto dopo gli anni ’80, mentre nei paesi in via di sviluppo l’incidenza non è socialmente rilevante, mostrando come questo tipo di patologia abbia una relazione con la logica sociale postcapitalista.

Tra le regioni maggiormente colpite vi sono quelle del Nord America (Stati Uniti e Canada) e dell’Oceania (Australia e Nuova Zelanda).

In america, secondo i dati pubblicati dall’American Psychiatric Association (APA), questi disturbi colpiscono tutte le classi sociali ed etniche, con una prevalenza dell’anoressia tra lo 0,5 e il 3,7%  e della bulimia tra l’1,1 e il 4,2% (a seconda dei criteri diagnostici d’inclusione). Secondo un rapporto sulle malattie mentali di Health Canada, c’è stato un incremento del 34% delle ospedalizzazioni dal 1987, con un’incidenza della patologia sulla popolazione totale del 2%.

Per quanto riguarda l’Europa Occidentale, l’incidenza è dello 0.3-0.8% per l’anoressia e 1-2% per la bulimia, dati che salgono notevolmente includendo anche i casi sub-clininici.

Per quanto riguarda il genere, il sesso femminile è colpito da 10 a 20 volte di più rispetto a quello maschile. Secondo Lacan il processo che porta alla sessualizzazione, all’essere uomo o donna, non è naturale ma viene assunto dal soggetto, è un fatto culturale. È proprio come soggetto sessuato che l’individuo s’inscrive nel linguaggio. Per Freud questo processo avviene nella donna tramite la messa in discussione del rapporto con la madre. La ragazza con un disturbo alimentare si trova a fare questa scelta in una condizione in cui è ancora troppo legata alla madre, continua a ricercare la sua Imago. Fallisce così il cambiamento dell’oggetto d’amore, non riesce cioè a passare dalla ricerca dell’affetto dalla madre, vale a dire dall’oggetto d’amore di sesso femminile, a quello maschile. Rifiutando così la sua sessualità di donna. Per il maschio questo cambiamento non è necessario, perché ricercherà l’amore in una donna, che ha lo stesso sesso dell’oggetto d’amore primario.

Come ha fatto notare Lacan, questa patologia colpisce anche il sesso maschile, a causa di una nostalgia verso qualcosa di originario che non viene abbandonata.

Per quanto riguarda l’epoca d’insorgenza, si registrano due picchi nell’anoressia, uno attorno ai 14 anni e un altro a 18 anni, mentre per la bulimia vi è un unico picco a 18 anni.

Queste età rappresentano due periodi evolutivi significativi, quello della pubertà e quello dell’autonomia, cioè il passaggio all’età adulta. Il periodo dell’adolescenza appare quindi come un momento particolarmente critico per l’insorgenza della patologia.

In questa fase, infatti, il reale pulsionale irrompe con prepotenza nel corpo, e spinge il soggetto a costruire un proprio fantasma che gli permetta di sublimare il reale della pulsione, problema specifico nel disturbo alimentare.

Come dice Philippe Jeammet, quest’operazione porta con sé contemporaneamente una seconda occasione di separazione dai genitori e un riaffiorare del complesso edipico,  mettendo alla prova le basi narcisistiche che, quanto più sono fragili, tanto più porteranno a manifestazioni patologiche, che passano soprattutto attraverso il corpo, attraverso l’acting out.


 

1.2       Brevi cenni sull’evoluzione del concetto nel tempo

 

Una delle prime descrizioni di un quadro clinico di anoressia si può ritrovare in uno scritto di San Geremia, risalente al IV secolo d.c., dove è descritta la condotta di alimentazione restrittiva, fino al digiuno, da lui consigliata alle sue discepole. Anche per quanto riguarda Santa Caterina da Siena si hanno notizie di digiuni prolungati. I primi casi di cui abbiamo una documentazione sono quindi legati all’epoca in cui la religione si accompagnava ad una mortificazione del corpo. Questa è la “Santa Anoressia”, di cui parla Bell (1985).

Nel periodo seguente alla riforma, l’attenzione delle pratiche religiose si sposta dal sacrificio del corpo alle opere di bene, vedendo così sparire progressivamente queste particolari forme d’astensione dal cibo legate a fattori religioso-culturali.

Nonostante le molte differenze tra il digiuno ascetico e l’anoressia, si può riconoscere un punto in comune: il desiderio di perfezione e purezza, desiderio mai colmato di essere santa o di essere magra, ma soprattutto un modo per ribellarsi a una società che non riconosce la donna come soggetto. Si rende evidente, in entrambi i casi, anche la dipendenza del sintomo dal valore che la società stessa gli attribuisce.

Nella santa anoressia veniva però mantenuta una dialettica con l’Altro che nell’anoressia nervosa cade.

Man mano che il rapporto tra digiuno e religione andava sfumando, i medici fecero dell’astinenza dal cibo un problema di salute, una patologia.

Il mondo medico ha sempre attribuito un’origine psichica a questo disturbo, fin dall’epoca in cui il medico inglese Morton fece una dettagliata descrizione del quadro clinico, risalente al 1689, in cui tra l’altro dice “… giudicai che questa consunzione provenisse dal Sistema Nervoso … apparentemente la causa era da ricercarsi in … un insieme di pene e passioni della mente…”.

Il termine Anoressia Nervosa è stato coniato dal medico inglese Gull nel 1873, mentre negli stessi anni lo psichiatra francese Lasègue parla di Anoressia Isterica, riferendosi ad un quadro del tutto simile, ma aggiungendo un rilevante numero di osservazioni empiriche. Tra i due studiosi si accese all’epoca un ampio dibattito che, come vedremo più avanti, è ancora attuale e ripreso nella clinica di Lacan, sviluppata da Recalcati.

Lasègue inserisce infatti l’anoressia nella categoria isterica, come una perversione intellettuale, che consiste nel fatto di negare la malattia stessa, in un’identificazione completa col sintomo, “io sono anoressica”. Questa posizione mantiene però una dialettica con l’altro, rifiuta il cibo dell’Altro che sa dare solo quello, per cercare di provocare il desiderio e quindi aprire una mancanza nell’altro.

Per contro Gull, e con lui la scuola inglese, sottolinea il versante più propriamente psicotico della patologia, in un assorbimento completo del soggetto nel progetto di dimagrimento. Un’origine nervosa, basale, una fissazione narcisistica che taglia fuori l’Altro dal rapporto intersoggettivo, diventando completo ripiegamento su se stessa e sul suo sintomo. È questo il tratto delirante della patologia che si esprime in un delirio sul corpo.

 

Oggi i segni e sintomi delle sindromi classificabili come disturbi del comportamento alimentare sono riconosciuti in campo internazionale, con riferimento al Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM), che è attualmente lo strumento maggiormente utilizzato per la diagnosi descrittiva.

Il DSM descrive le due seguenti categorie specifiche:

Criteri diagnostici per Anoressia Nervosa:

A)          Rifiuto di mantenere il peso corporeo al di sopra o al peso minimo normale per l’età e la statura (peso corporeo al di sotto dell’85% rispetto a quanto previsto).

B)          Intensa paura di acquistare peso o diventare grassi, anche quando si è sottopeso.

C)          Alterazione del modo in cui il soggetto vive il peso o la forma del corpo, o eccessiva influenza di questi sui livelli di autostima, o rifiuto di ammettere la gravità della attuale condizione di sottopeso.

D)          Amenorrea, cioè assenza di almeno 3 cicli mestruali consecutivi.

Sono inclusi due sottotipi:

·        Con Restrizioni: non ha presentato abbuffate o condotte di eliminazione;

·        Con Abbuffate/Condotte di Eliminazione: che si sono presentate regolarmente (vomito autoindotto, uso di lassativi, diuretici …).

Criteri diagnostici per Bulimia Nervosa:

A)                 Ricorrenti abbuffate, caratterizzate da entrambi i seguenti:

1)              mangiare in un definito periodo di tempo una quantità di cibo significativamente maggiore di quella che ci si aspetterebbe;

2)              sensazione di perdere il controllo durante l’episodio.

B)                  Ricorrenti ed inappropriate condotte compensatorie per prevenire l’aumento di peso (vomito autoindotto, abuso di lassativi, diuretici…).

C)                 Le abbuffate e le condotte compensatorie si verificano entrambe in media almeno 2 volte alla settimana, per 3 mesi.

D)                 I livelli di autostima sono indebitamente influenzati dalla forma e dal peso corporei.

E)                  L’alterazione non si manifesta esclusivamente nel corso di episodi di Anoressia Nervosa.

Sono inclusi due sottotipi:

·        Con condotte di eliminazione.

·        Senza condotte di eliminazione: ha utilizzato altri comportamenti compensatori inappropriati (digiuno, esercizio fisico eccessivo).


 

1.3      Il discorso anoressico-bulimico”

 

Come appena visto il DSM separa l’anoressia dalla bulimia.

Questo approccio descrittivo rimane prezioso per il suo carattere di comunicabilità della diagnosi e di chiarezza dei criteri di inclusione negli studi di ricerca.

Per quanto riguarda la diagnosi psicodinamica, si rende indispensabile un approccio che valuti quello che si pone dietro a segni e sintomi, in una ricerca di significato.

Per l’approfondimento dell’approccio psicoanalitico, ho scelto l’interpretazione di Massimo Recalcati, che unisce la sua esperienza clinica agli insegnamenti di Jacques Lacan.

Come sottolinea il dott. Longo è opportuno parlare di posizione anoressico-bulimica, poiché vi è un’origine psicodinamica comune. Questo traspare dal fatto che molte persone presentano contemporaneamente sia anoressia che bulimia, oppure alternano le due forme, hanno inoltre in comune l’idea fissa per il peso corporeo e l’importanza attribuita all’immagine estetica.

Secondo Recalcati L’Anoressia Nervosa e la Bulimia Nervosa non sono altro che “… due facce della stessa medaglia, dove l’anoressia indica la realizzazione dell’Ideale del soggetto, mentre la bulimia il suo naufragio legato all’irruzione del reale pulsionale sulla scena dell’Ideale ...”.

All’origine del discorso anoressico-bulimico c’è un’incomunicabilità di fondo tra l’Ideale e la pulsione, di cui anoressia e bulimia possono essere viste come due alternanze tra il predominio del primo o del secondo. Sono disturbi in continua oscillazione e quindi strettamente collegati uno all’altro, come se l’esistenza di una posizione implicasse automaticamente l’altra, che in fondo non è altro che il suo rovesciamento.

Il termine “discorso” è usato con riferimento alla particolarità di questo sintomo, che tende a nascondere dietro di sé la struttura sottostante del soggetto, nevrosi, psicosi, perversione. Quindi dietro questo velo posto dal sintomo, che rende tutte le anoressiche uguali tra loro, va sempre ricercata la struttura differenziale.

Allo stesso tempo è un discorso che va tenuto in considerazione, perché si costituisce in modo specifico, che non si può liquidare come semplice sintomo, perché rappresenta una vera e propria posizione soggettiva di fronte all’Altro. Questa posizione segue alcuni principi specifici che verranno in seguito sviluppati.


 

2         “Il discorso capitalista”

 

 

 

“… non ero … immune dall’enfasi sociale posta sul corpo della donna.

La magrezza era equiparata all’essere validi, al successo e all’accettazione sociale … ero estremamente vulnerabile nei confronti di questo sistema di valori.

Così … andai a cercare il senso di me stessa nel corpo e nel controllo su di esso ...”.


 

2.1      Influenza sociale  sulla “mancanza a essere”

 

Come evidenziato dai dati epidemiologici, l’anoressia e la bulimia sono sintomi che appaiono nelle civiltà occidentali, soprattutto nell’epoca del capitalismo avanzato.

Fin dalle opere di fondamentale importanza di H. Bruch è stato posto l’accento sul ruolo della società in questo disturbo. Sembra essere uno dei tanti prodotti di quest’epoca e del suo “discorso”, dello “Spirito del tempo” jaspersiano, dello Zeitgeist.

Il discorso anoressico-bulimico si pone come sintomo sociale, una nuova declinazione del Disagio della Civiltà di Freud.

Jacques Lacan introduce “Il discorso del capitalista” (in Del discorso psicoanalitico del ’72), che si pone come quinto discorso rispetto al discorso dell’Isterica, dell’Analista, del Padrone, dell’Università (J. Lacan, 1969-70). Nel “discorso del capitalista” troviamo l’atteggiamento della società postcapitalista, che è una deformazione del “discorso del padrone”.

Questa società è caratterizzata dalla logica del consumo, dove sempre di più l’individuo perde la sua specifica identità, la sua particolarità, per assumere un carattere di serialità.

La “mancanza a essere” dell’individuo è uno degli insegnamenti fondamentali della clinica di Lacan, principio secondo il quale il soggetto è strutturalmente mancante e proprio per questo “desiderante”, di un desiderio soggettivato, individuale, unico, che unicamente si esprime nell’incontro con l’Altro e nel desiderio di mancare all’Altro, di essere significato in quanto soggetto particolare.

Poiché mancanza a essere, il desiderio non può essere mai del tutto soddisfatto, permettendone la continuità e l’inesauribilità, non può essere ridotto a desiderio di qualcosa, di un oggetto, ma domanda il segno del desiderio dell’Altro.

Come rileva Massimo Recalcati in molti dei suoi scritti, la società capitalista agisce proprio su questa specifica dimensione, operando una riduzione della mancanza a vuoto, della mancanza a essere alla mancanza dell’oggetto, che è anche quella propriamente implicata nel discorso anoressico-bulimico. Questa analogia è ampiamente mostrata anche da Gabriella Ripa di Meana in Figure della leggerezza del ’95.

La mancanza è ridotta a domanda. La società produce sempre nuovi ideali che si basano sull’immagine, sull’estetica, sul mostrarsi in un determinato modo, in un primato dell’apparire e dell’avere sull’essere.

Questa posizione è mostrata dalla posizione anoressica, che si riduce ad un vuoto del corpo, tangibile, sempre a disposizione, sotto gli occhi di tutti. Un vuoto però dal quale la dimensione dell’Altro è tagliata fuori, fine a se stesso e senza dialettica con l’esterno. Una ricerca di un'immagine ideale che non è mai raggiunta, di una magrezza che non è mai abbastanza. L’anoressica si sottrae alla logica capitalista non consumando niente, ma finisce per ridursi lei stessa a quel feticcio tanto esibito in questa società.

Il vuoto come tale implica anche di poter essere saturato, di dover essere riempito con oggetti, così la logica capitalista propone sempre nuove forme di consumo pronte ad essere utilizzate per questo scopo. Obiettivo che si rivela illusorio perché non è mai realmente raggiunto, il vuoto non è mai completamente riempito, sono sempre pronte nuove forme di “oggetti” che alimentano il vuoto, in un movimento circolare ingannevole e senza fine, tipico del consumismo, in una continua ricerca dell’ultima cosa disponibile sul mercato. Un’attenzione a quello che c’è di “nuovo”, questo è quello che caratterizza il consumismo, la “frammentarietà dell’esperienza”.

Questa posizione è evidenziata dal discorso bulimico che cerca di riempire questo vuoto del corpo con l’oggetto-cibo in modo compulsivo, non soggettivato, per poi ricreare il vuoto con le pratiche d’eliminazione, al solo scopo di renderlo nuovamente disponibile ad essere colmato. È un movimento appunto circolare, che non trova un suo limite.


 

2.2      “I nuovi sintomi”

 

Il disturbo anoressico-bulimico fa parte di quelli che sono stati chiamati i “nuovi sintomi”, insieme alla depressione, alla tossicodipendenza, agli attacchi di panico.

Dal punto di vista del “discorso del capitalista” il rischio è di affrontare il sintomo solo riguardo agli effetti che si rendono evidenti nel suo rapporto col sociale e non nel suo significato.

C’è il pericolo che il malessere sia ridotto alla questione di un  corpo da curare, ad opera di specialisti che usano il loro sapere come soluzione proveniente dall’esterno, escludendo così il significato del sintomo come risposta alle questioni pulsionali.

Il soggetto diviene assoggettato allo scopo dell’Altro.

In questo modo il sintomo offre alla persona un’identificazione, le permette di esistere come soggetto ma senza una sua specificità, scontando inoltre il prezzo della sofferenza.

Il messaggio del nuovo sintomo nei confronti della società è duplice: da una parte cerca un incontro con l’Altro tramite il malessere, come nel caso della bulimia,  contemporaneamente esclude l’Altro cercando di sostituirlo col sintomo, come nel caso dell’anoressia. Difficilmente però esiste un messaggio rivolto alla società.

Oggi l’uomo si trova immerso in una società in cui è presente una progressiva esclusione della morale e dei principi universali, in una regolazione del godimento che diventa una ricerca di oggetti che riempiono, che fanno da “tappo” alla perdita.

Ogni società ha il suo tipo di sintomo, ad esempio all’epoca di Freud la pulsione era qualcosa di difficile da contenere, in contrasto con le repressioni morali operate dalla società.

I nuovi sintomi d’oggi si collocano invece proprio dove l’Altro permette di assumere una maschera.

Questo concetto si collega alla “clinica del vuoto” di cui parla Recalcati, che la contrappone alla “clinica della mancanza”, di cui fanno parte le nevrosi, con la questione del desiderio inconscio rimosso e la sua ripetizione, cioè il soggetto diviso.

Qui sono incluse le forme di anoressia-bulimia che mantengono una dialettica con l’Altro, che tramite il sintomo ricercano un contatto col desiderio dell’Altro.

Nella “clinica del vuoto”, invece, il soggetto si presenta dissociato dal desiderio, che diventa qualcosa di estraneo, quindi non più un’esperienza di mancanza ma di “vuoto”.  C’è un’assenza d’incontro con l’Altro sul piano simbolico, che si manifesta nell’anoressia come vuoto che separa dall’Altro e nella bulimia come vuoto da riempire con gli oggetti.

Questa dissociazione del soggetto dall’Altro si presenta nella società capitalista in diversi modi, tra cui il discorso anoressico-bulimico.


 

2.3      L’influenza sociale sulla “legge del convivio”

 

Il discorso anoressico-bulimico è il segnale di un rapporto col cibo che si è modificato nella società contemporanea, di cui l’anoressia-bulimia è una delle sue espressioni più evidenti, come illustrato da Domenico Cosenza.

Nelle società occidentali vi è stata, negli ultimi decenni, una liberazione dalla paura della fame e il cibo non è più un bisogno che rischia di non essere soddisfatto. Questo si accompagna ad una progressiva standardizzazione del cibo, prodotto dalle industrie per una distribuzione di massa. Il cibo che entra nelle case è tutto uguale, perché viene comprato nei supermercati in cui si trovano solo alimenti prodotti in serie. Aumentano le catene di ristorazione e si mangia sempre più spesso fuori casa per esigenze lavorative.

Questi sono solo alcuni dei fenomeni che progressivamente hanno cancellato la tradizione della cucina, alterando la legge della commensalità, cioè l’atto di mangiare come dimensione intersoggettiva, in cui il cibo è preparato secondo rituali che si tramandano lungo le generazioni, un atto quindi d’incontro con l’altro. Una pratica quotidiana che si svolge all’interno della famiglia, in accordo con le tradizioni proprie e della società in cui è immersa, in un incontro quindi anche con l’Altro, con le leggi che governano la società, gli orari, il tipo di cibo “buono o cattivo” da mangiare, connotato di simboli e rituali.

Una cucina del desiderio.

La società contemporanea sottrae all’esperienza dell’alimentazione la legge della commensalità, in un alternarsi di diete e di consumo affannoso di cibo, svuotato del suo rapporto con l’Altro.

Il cibo è offerto come un oggetto che si può consumare senza limiti, fino a consumare anche la Cosa che in realtà è andata persa ed è impossibile da mangiare, in un’operazione illusoria alimentata dal consumismo.

E’ sottratta la funzione edipica del Nome-del-padre che immette l’interdizione a mangiare il Cibo-Madre, operando una separazione dalla madre e una sottrazione di godimento che permette il sorgere del desiderio nel soggetto, che è quella mancanza che si caratterizza come “mancanza a essere”, proprio a causa di quest’operazione di sottrazione.

Mentre per Heidegger il vuoto era in relazione al fatto di “esserci o non esserci”, per Lacan il vuoto è una mancanza che deriva dalla sottrazione di godimento, riguarda una perdita.

Il tabù insito in questo meccanismo è quello che non si può mangiare tutto, ci sono cose “buone” e altre no, non si può divorare l’altro, non si può mangiare la Cosa.

Proprio questo tabù è mancante del discorso anoressico-bulimico:

l’anoressica non mangia niente, “mangia il niente” come dice Lacan, si sottrae alla tavola dell’Altro,  mentre la bulimica mangia tutto in modo indifferenziato e senza l’Altro, per poi eliminarlo evidenziandone l’inconsistenza.

Queste pratiche sono svolte solitamente in privato, per sottrarsi alla legge della convivialità che rende evidente la perversione di questo meccanismo.

Per questo tipo di patologia l’evidenza è che il Cibo-Madre è solo parzialmente perduto, perché c’è un difetto della funzione della legge paterna che rende possibile un immaginario rapporto fusionale con la madre divorante, la “madre coccodrillo” di Lacan. Il discorso anoressico-bulimico mira a mangiare proprio il vuoto della Cosa, il fantasma del seno materno, l’oggetto della pulsione.

L’influenza dei fattori sociali va quindi oltre la semplice influenza dei mass media.  La società contemporanea si presenta, infatti, debole della legge paterna, funzione che permette l’esistenza della mancanza e quindi del desiderio, che può esistere solo perché qualcosa è stato perso.

Nella società attuale manca proprio questo elemento, essendo pervasa dall’illusione che tutto si può, anzi si deve cercare di avere ed apparire, con un’adesione che rende l’individuo serializzato.


 

3         “Il desiderio debole”

 

 

 

“… Come i bambini mi aspetto ancora di ottenere ciò che voglio senza faticare, senza aspettare. Devo trovare da qualche parte la forza di entrare nel tunnel della depressione…è quella la sola possibilità di crescere …”.


 

3.1      L’aporia dell’interpretazione di Lacan

 

Recalcati sviluppa ed elabora due concetti inseriti da Lacan per quanto riguarda la posizione anoressico-bulimica.

Il primo concetto, che si accosta a quello di Gull di Anoressia Nervosa, è esposto da Lacan in Les complex familiaux dans la formation de l’individu del ’84: il disturbo è in questo caso simile alle dipendenze, come la tossicodipendenza, è una tendenza al godimento mortifero che porta alla ricerca dell’unione impossibile con la Cosa, fino al sacrificio della vita pur di non abbandonare questo obiettivo.

C’è una fissazione dello sviluppo al complesso di svezzamento.

Durante questa fase il soggetto subisce una perdita d’essere, una perdita di godimento che crea la mancanza, operazione che Lacan chiama alienazione significante.  In questo modo si entra nel campo dell’Altro, del simbolico: il corpo così bucato dalla perdita diventa un corpo pulsionale. Ciò che rimane come residuo è l’oggetto (a), che rappresenta una parte di godimento che non è possibile simbolizzare (J. Lacan, Il seminario XI, I quattro concetti della psicoanalisi, ’64).

Proprio quest’operazione è deficitaria nel discorso anoressico-bulimico, perché non c’è l’accettazione della perdita di godimento portata dalla castrazione, ma una permanenza del fantasma del seno materno che porta a ricercare la fusione col tutto che è andato perso. L’oggetto (a) viene ricercato, nell’illusione di poter essere trovato in una particolare forma di godimento.

Questo tipo di tensione è il “desiderio della larva”: il soggetto è congelato in una posizione in cui c’è una fusione orale con l’altro, in una fantasia di reciproco inglobamento senza desiderio, in un godimento mortifero che si slega dalla spinta vitale.

È una dipendenza totale dall’altro, che si presenta nelle vesti di una “madre coccodrillo” che cerca di divorare il bambino, di farlo diventare il suo oggetto di godimento, mettendolo in una posizione di psicosi. Oppure di usarlo come fallo immaginario, vale a dire sostituto del fallo nella sua funzione di riempimento immaginario della mancanza, in un meccanismo di perversione (J. Lacan, Il Seminario IV, ’56-’57).

A questo si accompagna una debolezza della funzione edipica del significante del nome-del-padre. Se il bambino è collocato dalla madre nel posto della mancanza, non può diventare un soggetto, non può separarsi da lei. Perché questo avvenga occorre che la Legge del padre s’interponga come interdizione del desiderio della madre. Su questo interdetto si fonda l’ordine simbolico, infatti, il simbolo si situa nel vuoto generato dalla castrazione del desiderio materno a favore del significante fallico, permettendo la sublimazione dell’Imago materna. La castrazione è un organizzatore logico che non è direttamente rappresentabile, ma che ordina tutte le esperienze di separazione precedenti, secondo la struttura del soggetto.

Molto spesso nelle famiglie delle ragazze anoressico-bulimiche, c’è una madre che non riesce ad assumere la sua femminilità, a farsi desiderare dal compagno, riducendo così il suo ruolo a quello di sola madre e non anche di donna. La coppia dei genitori si presenta poco unita, lascia un vuoto che è quello che viene colmato dal bambino, che fa da tappo alla mancanza perché assolve la funzione di fallo immaginario.

La debolezza della funzione paterna può arrivare fino alla forclusione, lasciando un buco psicotico nella rete simbolica.

Potrebbe essere proprio questa mancanza di castrazione che il soggetto cercare di sostituire col sintomo, nel caso di una struttura psicotica. 

Il secondo concetto, vicino alla concettualizzazione di Lasègue di Anoressia Isterica, si trova invece prevalentemente negli Scritti Volume I del ‘66: il discorso anoressico-bulimico è visto come un modo per preservare il desiderio e mantenere una dialettica con l’altro, un altro che però cerca di saturare il desiderio con gli oggetti (J. Lacan, La direzione della cura e i principi del suo potere, ‘66).

Il soggetto “mangia il niente” per dimostrare che il desiderio non si estingue nella domanda. Il desiderio per sua natura si pone “al di qua” della domanda, perché in quanto mancanza a essere non può essere saturato con la soddisfazione del bisogno, infatti, il desiderio è quello di mancare all’Altro. Contemporaneamente è anche “al di là” della domanda, perché non può essere mai soddisfatto del tutto, rimane sempre qualcosa d’inappagato che lo rende perpetuo (J. Lacan, La significazione del fallo, ’66).

Questo desiderio di mangiare qualcosa che va al di là del cibo, quel qualcosa che nel desiderio esula dal bisogno, è affrontato da Lacan in modo originale. Commentando un caso di rianalisi pubblicato da Ernst Kris, mostra come il paziente cerca di mangiare qualcosa di speciale, trovando nelle cervella fresche il suo piatto preferito. Allo stesso modo nella sua paura di plagiare si nasconde il desiderio di mangiare il niente, in altre parole il pensiero, non di rubarlo. Si tratta di qualcosa che va oltre l’aspetto fisico delle cose (J. Lacan, Introduzione al commento di Jean Hyppolite sulla Verneinung di Freud, ’66).

Allo stesso modo, nella bulimia c’è la ricerca di compensare la carenza d’amore dell’altro, inglobando compulsivamente l’oggetto reale identificato col cibo.

Il soggetto cerca un modo per porre un limite ad una madre che risponde sul registro dell’avere, offrendo al bambino la soddisfazione dei bisogni con quello che ha. Nella posizione strutturale di nevrosi, l’anoressica cerca di suscitare nella madre una risposta  sul registro dell’essere, cioè di ciò che le manca, che non ha.


 

3.2      Separazione-contro-alienazione

 

Come si integrano questi due aspetti della visione di Lacan della posizione anoressico-bulimica?

Recalcati integra questi due concetti nell’operazione di “separazione-contro-alienazione”, che presuppone un desiderio debole.

Lacan dice che il bambino crescendo rinuncia ad avere una risposta totale, fusionale dalla madre, che è quella che riceve nei primi mesi di vita, quando esprime ciò che vuole col pianto. Accetta un taglio nel proprio desiderio, perché facendolo passare attraverso la parola qualcosa viene tolto, infatti, non c’è parola che possa rappresentare tutto. Contemporaneamente una parola non corrisponde in modo rigido ad una cosa, il significante non è ancorato in modo rigido ad un significato. In realtà, al fondo della parola considerata lettera per lettera, c’è il niente, un non senso assoluto, come l’oggetto (a) che causa il desiderio.

L’operazione della separazione consiste nel cercare nell’Altro quello che è andato perso a causa dell’alienazione significante, non di ritrovare il fantasma del seno, ma qualcosa che viene sublimato alla sua dignità, perché la perdita è stata accettata e si rinuncia al godimento originario della Cosa.

Il concetto della Cosa è sviluppato da Lacan in Il seminario VII, L’etica della psicoanalisi del ‘59-’60. La Cosa è il reale, ciò che Freud chiamava Das ding, vita e morte allo stesso tempo, piacere e dolore. È un legame dell’uomo con qualcosa d’originario che viene prima del taglio del linguaggio sul corpo, é la fusione con la madre che ingloba, che può provocare nostalgia o paura. Il registro del reale riguarda la pulsione, l’Es, legata al godimento; quello del simbolico è collegato al linguaggio, al super-io; mentre il registro immaginario riguarda l’identificazione, l’io. Ogni parola è presa in questi tre cerchi.

La particolarità del soggetto risiede nell’oggetto (a), che è la parte del reale che non può essere simbolizzata, in particolare dipende dal modo in cui la persona gode attraverso il fantasma inconscio, che è un’illusione immaginaria. Infatti, l’oggetto (a) non può essere rappresentato, è come una delle lettere nella quale la parola può essere scomposta. Si situa nell’ordine dell’Altro ma di per se è niente, vale a dire un oggetto parziale e sostituibile. Come evidenziato da Gabriella Ripa di Meana, in Freud l’identificazione è inconscia, dove x diventa y, implicando un ruolo attivo dell’io. Con Lacan c’è la creazione di una nuova istanza psichica, in cui y (l’oggetto) crea x, in cui c’è un ruolo attivo degli oggetti e non dell’io, perché gli oggetti con cui ci s’identifica fondano l’io.

 

In che modo il discorso anoressico-bulimico altera questo sviluppo?

In Del Trieb di Freud e del desiderio dello psicoanalista del ’66, Lacan mostra il fatto che il desiderio è dalla parte dell’Altro, mentre il godimento è dalla parte della Cosa.

L’anoressica non accetta l’alienazione significante per opera dell’Altro, cerca di andare contro a questo processo esercitando il rifiuto tipico dell’anima bella. Si separa dall’Altro evidenziando la differenza tra bisogno e desiderio, ma solo per poter mantenere quest’ultimo allo stato larvale, non castrato e non mancante. Desidera il niente, quel niente generato dalla perdita di godimento che vuole recuperare per intero, nell’unione mortifera con la Cosa.

L’anoressica mostra la natura di mancanza a essere del desiderio, perché desidera qualcosa che va al di là del bisogno; allo stesso modo la bulimica soddisfa il bisogno ma mostra con il vomito che non era il cibo che cercava, che il cibo non può soddisfarla.

Questo desiderio si rivela come un “desiderio debole”, perché si riduce al desiderio della Cosa, non accetta la sublimazione del fantasma del seno: è questo che trasforma il desiderio in un godimento mortifero, perché non c’è integrazione del desiderio col godimento.


 

4         “Via estetica e via morale”

Secondo Recalcati il discorso anoressico-bulimico si esprime tramite la via estetica e la via morale.

 

 

 

“… Devo assolutamente andare da mia madre, farle le pulizie e la spesa … Poi devo sbrigare le faccende a casa mia; dovrei fare il bucato e stirare …

Mio marito vorrebbe andare di nuovo a trovare suo fratello e … devo … preparare un minimo di bagaglio…”.


 

4.1      La via estetica

 

La debolezza della funzione paterna non permette al soggetto di integrare desiderio e pulsione, che rimangono completamente separati.

L’anoressica cerca di eliminare la pulsione dal corpo, mangia il niente, come dice Lacan in Il seminario IV, La relazione d’oggetto, ’56-‘57. Rispondendo esclusivamente all’Ideale, si fa fallo immaginario per l’Altro e gli permette di non fare i conti con la castrazione. Allo stesso tempo dice “no!” ad un altro materno che la vuole rendere oggetto reale del suo godimento.

L’Ideale dell’anoressica è quello dell’immagine del corpo magro, che elimina le curve fisiologiche e quindi il reale pulsionale, mostrando le ossa dello scheletro sotto la pelle, metafora del farsi morta per scampare all’alienazione significante. Incarna il vuoto fisico sostituendolo al vuoto simbolico, così arriva a trasformare il niente di cui si ciba in un oggetto pulsionale.

Il tratto perverso dell’anoressia si esprime nel godere del vuoto del corpo. Per mantenere questo godimento combatte una lotta senza fine contro il continuo emergere della pulsione reale, che può essere controllata fino ai limiti più estremi ma non soppressa completamente.

In questo processo niente del reale può essere integrato, ma proprio per questo l’Ideale è qualcosa che non si potrà mai raggiungere.

È la crisi bulimica che mostra l’esistenza inestinguibile della pulsione. C’è in questa posizione un’identificazione completa col fallo immaginario, che porta con sé l’evidenza della dipendenza dal cibo materno, una pulsione senza desiderio perché l’Ideale è stato infranto. Questa fame smisurata è provata anche dall’anoressica, che però riesce a controllarla. È un godimento che anela a mangiare tutto fino ad inglobare il reale pulsionale, perché è privo del limite che può essere imposto solo dalla Legge. Salvo poi ricorrere al vomito per poter mantenere illusoriamente l’identificazione con l’Ideale, per continuare a non fare i conti con un reale che inevitabilmente riappare, senza mai essere sublimato. Nella posizione bulimica, la predominanza del godimento sull’Ideale mostra al soggetto stesso la  sua divisione strutturale.

La pulsione orale s’interseca con un altro punto fondamentale, cioè la dimensione dello sguardo, che implica una domanda d’amore da parte dell’Altro.

Un esempio di questo legame è il piacere che prova l’anoressica nel preparare finemente il cibo per gli altri e vederli mangiare, mentre lei guarda senza partecipare. Allo stesso tempo pone sotto gli occhi di tutti la sua magrezza, che è una domanda di essere vista.

Anche nella bulimia scorgiamo questo valore dello sguardo che chiama in causa l’Altro, il quale crea un sentimento di vergogna per la sensazione di essere ridotta a pura cosa esteriore.

Troppo spesso lo sguardo che l’anoressica-bulimica cerca nell’altro, lo sguardo d’amore, non arriva. I genitori si soffermano sul malessere del corpo, sul bisogno, vorrebbero che la figlia mangiasse, senza vedere la sofferenza che sta dietro a questo messaggio.

La via estetica ha la sua origine in un concetto elaborato da Lacan fin dagli studi sulla psicosi paranoica del ’32, fino al ’50: lo “stadio dello specchio”. Durante questa fase il bambino riconosce lo sguardo della madre e la propria immagine intera nello specchio, con un’identificazione primaria che gli rimanda una Gestalt unificante, in un corpo fino allora frammentato. L’immagine si duplica per riconoscersi nell’Altro e farsi riconoscere dando origine al soggetto diviso, cioè all’alienazione: l’io (je, il soggetto dell’inconscio, che si struttura tramite l’identificazione inconscia con l’Altro) si aliena, oggettivandosi in un me (moi). La specularità del bambino con la madre si duplica in quella del bambino con se stesso, con un risultato significante, cioè permettendogli di riconoscersi e assicurandogli un’illusione d’unità, di padronanza sul proprio corpo, a livello immaginario ma anche simbolico, quindi slegato dalle conferme degli altri (J Lacan, Discorso sulla causalità psichica, ’66).

È un’immagine che costituisce il soggetto e contemporaneamente è persa, “sottratta” come dice Lacan, perché tramite l’identificazione costituente “io non sono io”. È un inganno strutturalmente fondato, un’illusione. Per questo, dove più ci riconosciamo più c’inganniamo, anche se è questo che ci fonda.

Nell’anoressia-bulimia lo sguardo della madre, che permette al bambino di riconoscere la sua immagine, non è stato uno sguardo gratificante e simbolico, ma giudicante.

In quello sguardo c’è stato qualcosa che non avrebbe dovuto esserci, qualcosa di troppo o troppo poco che il soggetto cercherà di livellare. L’immagine di se che il bambino si forma è, infatti, strettamente correlata a quella che i genitori gli rimandano.

Il corpo frammentato nel reale non è stato trasformato in un’immagine unificante a livello dell’Ideale, l’immagine speculare presenta cioè un difetto primario, una ferita narcisistica.

L’anoressica non accetta quell’immagine come costituente, non ci si riconosce, cerca di costituirla con la volontà, per guarire questa ferita inseguendo l’Ideale, per togliere il troppo rispetto a quest’immagine perfetta controllando il reale. Investe la sua immagine corporea di godimento, nel tentativo di portare a buon fine la specularizzazione con la madre e per evitare l’affiorare dell’angoscia di frammentazione dell’immagine.

Questa immagine è quella che avrebbero voluto i genitori o la società, ma inseguendo l’Ideale l’anoressica perde se stessa e pensa di non poter essere amata come realmente è.

Contemporaneamente usa l’Ideale contro il potere castrante del significante, cerca di recuperare proprio quell’immagine che gli è stata sottratta nella divisione soggettiva, che viene operata dall’alienazione significante.

Cerca di fare un’operazione che Lacan chiama “la luna di miele dello stadio dello specchio”, vale a dire di far coincidere narcisisticamente l’io con l’io, dicendo “io sono io” (J. Lacan, La cosa freudiana, ’66). 

È la stessa ferita narcisistica che la bulimica mette in atto nel corpo, mostrando un’immagine spesso degradata di sé e degli spazi in cui vive, che possono essere riempiti di sporcizia, nella messa in atto di quell’immagine imperfetta che gli è tornata indietro nello “stadio dello specchio”. È quello che fa emergere la vergogna di quell’immagine, resa evidente dal crollo dell’Ideale. Per questo la bulimia è sentita come un sintomo egodistonico che il soggetto vuole eliminare, che non accetta, perché il vero Ideale è quello dell’anoressica, che però cede sotto la pressione del reale. Proprio per questo vissuto di colpa, molto spesso la bulimia si accompagna alla depressione.

L’impossibilità di accettare l’alienazione significante si mostra anche nel rifiuto dell’anoressica a relazionarsi col sistema di numerazione, l’unica integrità accettata è quella priva di perdita, al di qua della numerazione, cioè la totalità dello 0, della Cosa. Quando si passa al numero 1, si entra nel mondo del significante dove qualcosa è inevitabilmente perso, perché i numeri si ripetono implicando una perdita, ad ogni cifra se ne può aggiungere un’altra perché ogni numero è mancante. Allora tra l’1 e qualsiasi altro numero non c’è differenza, perché l’unica differenza è tra non perdere niente o perdere qualcosa. Una volta raggiunto l’1 l’anoressia lascia il posto alla bulimia, che rincorre la quantità per riappropriarsi della Cosa che però è ormai andata irrimediabilmente persa.

 


 

4.2      La via morale

 

Secondo Freud il Super-io rappresenta la Legge genitoriale interiorizzata, come le regole del complesso d’Edipo, che con la sua castrazione pone il tabù dell’incesto e la separazione dalla madre, con una rinuncia alle pulsioni dell’es. Allo stesso tempo incarna la pulsione di morte, il godimento mortifero.

Lacan unisce queste due affermazioni caratterizzando il Super-io come un’istanza morale dalla quale il soggetto è tenuto fuori.

Nel discorso anoressico-bulimico ciò che viene tenuto fuori è però l’unione tra desiderio e godimento, perché la funzione paterna è debole.

Nell’anoressia c’è un’assunzione sterile di questa Legge, un super-io morale che non include la presenza del desiderio. Il soggetto si trova a non desiderare niente, per non accettare di aver perso l’oggetto (a), che è la causa del desiderio. Non volendo perdere l’illusione di fusione con la Cosa, desidera il niente, rinuncia completamente al reale pulsionale, e di questa rinuncia fa il suo godimento, come dice Recalcati.

L’anoressica s’identifica con la Legge, col dovere, la investe pulsionalmente, in questo modo l’oggetto (a) non è realmente perso ma è ritrovato, cessando così di causare il desiderio, permettendo di desiderare il niente.

Perseguendo l’Ideale tramite l’identificazione con la Legge, il soggetto fa del suo corpo l’oggetto perduto, ritrovandolo nella rinuncia, in altre parole s’identifica direttamente con la Cosa (J. Lacan, Il seminario XI, ’64).

Questo crea un movimento circolare che si autoalimenta, come dice Jacques-Alain Miller: il Super-io porta alla rinuncia pulsionale, che permette di ritrovare l’oggetto (a), producendo godimento che a sua volta rinforza il Super-io.

Più l’anoressica cerca di resistere alla pulsione, più questa rinuncia si rafforza, fino all’eliminazione di tutto.

Il controllo del corpo diventa l’unico pensiero, un imperativo superegoico che diventa anche una forma di potere, confermata dall’ago della bilancia, dai vestiti che si fanno sempre più larghi addosso, qualcosa di tangibile che rassicura.

Nella bulimia il super-io spinge al godimento, senza la Legge, senza limiti, in una fusione con l’Altro che porta a voler divorare sempre di più, alla ricerca della Cosa che identifica con l’oggetto. Anche in questo caso l’oggetto (a) è ritrovato, però stavolta nell’oggetto-cibo, che rappresenta il surrogato dell’amore della madre; con la sua distruzione tramite l’inglobamento ritrova la Cosa.

La bulimica non sceglie cosa mangiare ma subisce un imperativo a divorare tutto, indifferentemente, a mangiare “tutto il pane del mondo”, come dice Fabiola De Clercq.

Quando il controllo del corpo cede e trasgredisce all’imperativo di controllo, il godimento ha il sopravvento. Ma questo provoca l’affiorare delle angosce dell’immagine frammentata, emozione che può essere controllata solo con l’eliminazione del godimento, alla ricerca del controllo ormai perso (J. Lacan, La cosa freudiana, ’66).


 

5         La struttura differenziale

 

Abbiamo visto come già Lasègue ha messo in evidenza la struttura nevrotica dell’anoressia, da lui chiamata isterica, mentre Gull poneva l’accento su quella psicotica. Questo duplice aspetto è ripreso da Lacan in Complessi familiari e in La direzione della cura.

Come dicevo in precedenza, dietro alla posizione specifica del discorso anoressico-bulimico si nasconde la struttura.  Secondo Freud le strutture differenziali del soggetto sono quelle di nevrosi, psicosi e perversione, modello ripreso nella clinica lacaniana.

 

 

 

“… Le psicoterapie hanno…messo in rilievo le particolarità delle modalità relazionali di queste pazienti … il desiderio massivo di una relazione poco differenziata, intollerante delle differenze … a carattere narcisistico, ed una paura di questa relazione, tanto maggiore quanto è più forte il desiderio …”.


 

5.1      La nevrosi

 

Secondo Freud nella nevrosi c’è un conflitto tra le pulsioni, cioè l'Es, e l’Io. Quest’ultimo cerca di sopprimere le pulsioni inaccettate con la barriera della rimozione, che si situa a livello del preconscio, relegandole nell’inconscio del soggetto e fuori del controllo della coscienza. Ma il fallimento della rimozione permette, in un secondo momento, l’insorgere del sintomo come metafora del contenuto rimosso, che ritorna e si ripete fuori dal controllo cosciente. Queste pulsioni rimosse si presenteranno per potersi esprimere al di là della Legge della castrazione, generando sempre un senso di colpa nella nevrosi.

Nella nevrosi c’è quindi un’operazione che riguarda l’Es: qualcosa è stato simbolizzato, accettato come esistente, ma poi rimosso perché ritenuto negativo secondo la funzione di giudizio. Come dice Lacan, in questo caso la funzione della legge paterna è stata presente, l’ordine del simbolico è integro e permette al soggetto di affrontare l’Edipo.

Il sintomo acquista un carattere di senso, è un significante che rappresenta qualcos’altro e che può essere interpretato. E’ all’opera il processo di castrazione che permette di dare un senso a posteriori agli eventi, potendo riconoscere un limite simbolico che funzioni, potendoci riconoscere nel discorso. Il sintomo si crea perché un significante ne significa un altro e in questo processo trascina qualcosa con se. Un elemento, un significato va a dare un senso preciso ad una cosa che in qualche modo ha un’assonanza. Le situazioni cambiano, ma qualcosa si ripete sempre in modo uguale, passando da un significante ad un altro. Il sintomo è una metafora del soggetto che mostra qualcosa della sua verità (J. Lacan, Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi, ’66).

È questo il caso dell’anoressica che rifiuta il cibo per mostrare che il desiderio non si può esaurire nel bisogno.

Nell’ambito della struttura nevrotica possiamo trovare diverse declinazioni di questa posizione, soprattutto quella ossessiva e quella isterica.

Nel caso sia presente un tratto isterico, lo scopo del sintomo è quello di interrogare direttamente la mancanza dell’Altro, perché manifesti verso il soggetto il suo desiderio d’amore, che è da sempre stato assente. Questo avviene con una separazione completa dalla domanda, con un rifiuto completo.

Nel caso di un tratto ossessivo c’è un attaccamento ostinato al niente, con lo scopo di eliminare il godimento dal corpo, non mostrando in nessun modo il proprio desiderio e distruggendo contemporaneamente il desiderio contingente dell’altro. C’è l’intento di mantenere puro il significante, di non desiderare niente perché desiderare implica anche perdere, cioè tagliar fuori qualcosa con la parola. Questo obiettivo traspare nella passione ossessiva per l’ordine, la pulizia, il calcolo meticoloso delle calorie, la preparazione particolare dei piatti, la scelta sempre uguale del cibo, con una netta divisione tra quello che si può mangiare e quello da rifiutare. Quest’ordine si rovescia nel suo contrario nella posizione bulimica, dove il significante perde la sua incontaminazione, soverchiato dal godimento. Questo si manifesta nelle abbuffate, dove non c’è la scelta del cibo ma tutto è da mangiare, arrivando a cibarsi di alimenti surgelati. Spesso il soggetto s’infligge delle lesioni, la stanza è lasciata nel più completo abbandono, fino alla conservazione del vomito.

5.2      La psicosi

 

Secondo Freud nella psicosi ciò che viene rimosso, ad opera del soggetto dell’inconscio (in questo caso si parla di forclusione), è la realtà esterna, sulla quale l’Es prende il dominio. In un secondo momento il soggetto prova a ricostruire la realtà con il delirio.

In questo caso c’è qualcosa della realtà esterna che non viene simbolizzato, la psiche nella sua strutturazione non ammette dentro di sé l’esistenza di qualcosa, che quindi non accede al principio di realtà (d’esistenza), lasciando uno strappo nella trama del simbolico, cioè il buco della psicosi. Qualcosa è strutturalmente nel reale, all’esterno, e non nel simbolico, cioè nell’interno. Nella psicosi alcuni significati hanno senso solo di per se, perché manca la castrazione, quindi non si può dare senso a posteriori alle parole, che sono completamente contingenti. Semplicemente non si pone il problema della significazione.

È proprio quando il soggetto incontra quest’aspetto non simbolizzato nella realtà esterna che nasce il delirio o l’allucinazione, che è percepita appunto come esterna, a causa di un accesso diretto al reale non simbolizzato.  La struttura delirante può essere vista in questo caso come una difesa nei confronti dell’incontro col reale, un modo per dargli un senso che comunque esiste, per trovare una significazione.

Come dice Lacan la Legge del padre è stata troppo debole, c’è stata una forclusione del Nome del Padre, il soggetto non affronta l’Edipo e rimane in un rapporto fusionale con la madre, che ne fa il suo oggetto di godimento (J. Lacan, Una questione preliminare ad ogni possibile trattamento della psicosi, ’66).

Non avviene il taglio per opera del significante, cioè del linguaggio sul reale, e il soggetto si trova ad avere un corpo senza legge, invaso da un godimento mortifero senza limiti.

Lacan in Il seminario XI del ’59-’60 parla del concetto di “olofrase”, in cui non c’è l’azione significante ma un’identificazione completa da parte del soggetto. Il soggetto non rinuncia alla riposta totale dell’altro, non accetta di passare attraverso la parola e quindi rinunciare a qualcosa.

Il sintomo si può inscrivere direttamente nel corpo, come nel caso dei sintomi psicosomatici, che perdono il loro carattere simbolico incidendo direttamente sul reale del corpo. Nell’anoressia ad esempio questo si può presentare con l’amenorrea.

In questo caso il sintomo non è un fenomeno di linguaggio, non è metafora, ma è in contatto diretto col reale perché non proviene dall’inconscio, che è strutturato per Lacan come un linguaggio.

Anche l’oggetto-cosa può assumere significato direttamente nel reale, senza la mediazione dell’ordine simbolico, come il cibo nel caso della bulimia, l’identificazione assoluta dell’anoressia, la droga nella tossicodipendenza, oppure nella depressione.

Nell’olofrase anoressico-bulimica le identificazioni non sono un sintomo per il soggetto, anzi sono un modo per coprire la divisione soggettiva, per farsi “uno” con l’Altro senza separarsene, facendo da tappo per la mancanza.

Nell’anoressia c’è un’identificazione narcisistica del soggetto ad un unico significante Ideale, che taglia fuori l’Altro ed elimina il reale della pulsione. Il vuoto del corpo assume le sembianze del tutto della Cosa, del Das ding di Freud. È anche il processo che cerca di colmare la mancanza della Legge del padre.

Nella bulimia al niente si sostituisce il tutto, l’identificazione narcisistica crolla quando appare il reale del godimento forcluso, che è senza limiti perché senza significante. Non c’è sublimazione dell’oggetto-cibo, ma sovrapposizione con la Cosa, il cibo è la Cosa, perché non passa attraverso l’Altro.

La fase di eliminazione rende di nuovo vuoto il corpo, rifiutando il reale del godimento e mostra che il desiderio non può essere spento con il cibo, che non è quello in realtà che il soggetto cerca. Il reale è governato dal soggetto, tutto ciò che viene mangiato deve poi essere vomitato, per dare come resto lo zero che è fuori dell’ordine del significante.

Questa oscillazione si compie però nel corpo e non in dialettica con l’Altro, la mancanza è ridotta ad un vuoto dello stomaco, ad una mancanza dell’oggetto-cibo.

Secondo Lacan questo tipo di sintomo assume le sembianze del segno, cioè copre la divisione del soggetto perché fa riferimento solo a se stesso, producendo godimento. È importante considerare il segno perché mostra il rapporto della persona col reale.

Il segno si oppone al significante, che genera un senso rinviando ad altri significanti, ad una differenza, non rappresenta una cosa. Il soggetto rappresenta un significante perché in relazione con un altro significante. Il ruolo del significante è fondamentale per la comprensione della psicosi (J. Lacan, 1955-56).

Quando questa relazione è assente non rimane che un segno, un’identità, una fusione illusoria con la Cosa, come nel sintomo anoressico-bulimico dove il soggetto “è” anoressico. Il corpo diventa l’unico modo per mostrare agli altri la sofferenza, senza usare le parole, il linguaggio.

Perché questo tipo di condizione possa avere un accesso alla cura diventando analizzabile, è necessario operare un cambiamento del rapporto della persona con il reale (J. Lacan, La direzione della cura e i principi del suo potere, ’66). Occorre che sia messa in luce la divisione del soggetto, il soggetto inconscio coperto dal sintomo-segno. Mentre il segno non si rivolge al soggetto che soffre, il sintomo è “parlante” perché comunica prima di tutto col soggetto stesso.  In questo modo la persona può interrogarsi sul proprio malessere e sulla sua implicazione.

La metafora del sintomo può essere sostenuta nella relazione tra il soggetto e il terapeuta, là dove non è metafora per il soggetto.

È necessario operare un buco nell’identificazione narcisistica anoressia o nella ripetizione senza limiti della bulimia, producendo un vuoto tramite l’interpretazione delle significazioni dell’inconscio, rendendo possibile una dialettica con l’Altro. Offrire una perdita al soggetto, dove prima c’era solo una soddisfazione ingozzante del bisogno.


 

Conclusioni

 

Come ho illustrato l’anoressia e la bulimia si presentano come due facce della stessa medaglia, in un unico discorso anoressico-bulimico.

All’apparenza il disturbo alimentare, come dice la definizione stessa, sembra un problema col cibo, che occupa completamente la mente della persona e rischia di essere l’unico fattore che attira l’attenzione dell’Altro.

Abbiamo visto che il cibo, per il soggetto, rappresenta qualcosa che va ben al di là dell’oggetto in se stesso, il desiderio di apparire magra nasconde qualcosa di diverso dal voler apparire uguale alle modelle che appaiono sulle copertine dei giornali.

Sono identità con le quali il soggetto s’identifica nella ricerca di aggirare una delle operazioni fondamentali perché la persona diventi soggettivata: il taglio significante. Questa operazione, illustrata da Lacan, pone il soggetto in una condizione di perdita, che porta al desiderio di recuperare quello che manca, sublimando ciò che è perso per sempre.

Questa è l’operazione che l’anoressica e la bulimica non riescono a fare, cioè a separarsi dalla madre e dall’oggetto di soddisfazione primaria. Non riescono ad accettare la mancanza e la eliminano dalla dialettica con l’altro, richiudendosi in una spirale ripiegata su se stessa, in un rapporto con l’oggetto-cibo che va evitato nell’anoressia, mangiando il niente, o divorato e poi rigettato nella bulimia, mangiando il tutto che poi si rivela niente.

Ma questo movimento, com’è evidente, esclude l’Altro del desiderio, in modo da tenere fuori la mancanza che sarebbe portatrice di castrazione, di perdita.

Questa difesa ostinata dell’unione con la Cosa porta il soggetto ad un godimento mortifero, difeso a volte fino alla morte.

Un approccio che si fermi al sintomo non offre la possibilità di accedere al soggetto diviso dell’inconscio, che è sommerso dal sintomo-segno congelato, in dialettica solo con se stesso.

Solo aprendo un varco in questa direzione c’è la possibilità per l’anoressica e la bulimica di dare un senso alla sofferenza che sta dietro a quello che si vede, di assumere la sua implicazione in quello che le accade.

Questo concede la possibilità di intraprendere un cammino di cura e di guarigione, molto difficile per com’è articolato il discorso anoressico-bulimico, ma che offre la possibilità di cominciare a desiderare, accettando di perdere qualcosa.

 

 

 

Bibliografia

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